[Bsf] Domenica 14 settembre ore 12.30 giardini di via Odorici - Pranzo Solidale per il Guatemala

Katia De Col kattivando a hotmail.com
Ven 29 Ago 2008 15:33:47 CEST


Ci sarà uno spiedo un po' speciale domenica 14 settembre alle ore 12,30 ai Giardini di Via Odorici, traversa di contrada del Carmine.
Uno spiedo in memoria di GIULIA  e a sostegno di tutti quei bambini e quelle bambine che abbiamo incontrato nel progetto Villaggio Piero Morari di Chimaltenango visitato in Guatemala. 
In allegato il volantino del pranzo solidale e sotto alcune delle foto che abbiamo scattato in quello splendido incontro. 
Se siete vegetariani, troverete pane, musica e tanta tanta tanta bella gente. Scherzo, stiamo pensando anche a voi. 
 
Un abbraccio resistenteKatia 

 
Per informazioni e prenotazioni rivolgersi a:         
Gruppo de Noalter  (Gino e Linda 030 3752178)                                Viola, il cuore dell'iniziativa                   
Tina >        339 5056094                                                                     Piero >      333 7481928
Carlo >      335 5422743                                                                      Katia >      3491276951
Stand di Apasci presso Festa del PD                                                 Circolo Arci Controcanto Urago Mella
 
 
1.4  I Desplazados
 
1.4.1  Dal diario di viaggio: né case né tende
 
 
 
“Ma voi cosa ci trovate di strano nella nostra esistenza da disprezzarci tanto?
 Noi andiamo dietro ai cammelli. Voi andate dietro alle vacche. 
Noi misuriamo la ricchezza di un uomo dal nostro numero di cammelli,
 voi dalle vacche della sua stalla. 
Noi dobbiamo sopportare il caldo, voi il freddo.” 
                                                           Parole di un capo beduino[1]
 
 
 
Lunedì pomeriggio entriamo nella regione del Petèn, quella considerata più pericolosa in termini di incolumità fisica.
Il narcotraffico qui è padrone.
In prossimità della strada vediamo decine di tende fatte con i sacchetti neri dello sporco. Ospitano “desplazados” a cui il governo ha promesso una casa…
Ripassiamo di lì dopo qualche giorno. Un “piccolo” esercito armato e blindato li sta sfollando… vediamo il volto insanguinato di una donna. 
Accordi di pace?[2]
 

Foto scattata dal furgone, assistendo allo “sgombero” di un gruppo di desplazados nel luglio 2006.
1.4.2  Ma chi sono veramente i Desplazados?
 
“Impararono a cacciare, a pescare,
a innalzare capanne stabili e resistenti agli uragani,
 a riconoscere i frutti commestibili e quelli velenosi, 
ma soprattutto impararono l’arte di convivere con la foresta.”
Luis Sepulveda[3]
 
Il fenomeno del “desplazamiento” è stato una costante durante tutto il conflitto che ha interessato il Guatemala: dalla fine degli anni ’70 e negli anni ’80 acquistò dimensioni di massa, raggiungendo il livello più alto tra il 1981 ed il 1983, producendo un autentico esodo della popolazione, in uno sradicamento collettivo e comunitario, in genere di lunga durata, verso luoghi che non fossero sotto il controllo dell’Esercito.[4]
In questo periodo, nei dipartimenti più colpiti dalla violenza istituzionale (Quichè, Huehuetenango, Chimaltenango, Altaverapaz) circa l’80% della popolazione fu costretta ad abbandonare la propria terra e la propria casa.
Un numero altissimo di guatemaltechi, quindi, non guerriglieri ma popolazione civile non belligerante, fu costretto a fuggire come conseguenza diretta della repressione attuata dall’Esercito: era l’unica alternativa per avere salva la vita. Ne conosceremo direttamente alcuni: sono gli attuali residenti del villaggio “Piero Morari”.
Il desplaziamento della popolazione non fu solo una conseguenza della violenza, oltre ad essere un meccanismo per difendere la vita; divenne anche un obiettivo della politica dell’Esercito, soprattutto nelle zone di maggior conflitto sociale ed acquistò, allora, una dimensione di massa. 
Nei momenti immediatamente precedenti ai grandi movimenti della popolazione le condizioni di vita nelle aree rurali subirono un deciso peggioramento per l’impatto della militarizzazione e l’inevitabile conseguente clima di paura. Negli anni ’80 si registrò un forte incremento della violenza, soprattutto nell’area rurale. Dapprima la repressione fu selettiva, in particolare nei confronti di coloro che erano più coinvolti in attività sociali, politiche, religiose… poi si estese a tutti i membri dei villaggi che furono costretti a fuggire in montagna, nei boschi: centinaia di villaggi furono totalmente rasi al suolo e gli abitanti sterminati.[5]
Anche se la violenza fu la principale causa diretta della fuga, vi furono altri fattori determinanti: 
 
         la riduzione ed il controllo degli spostamenti;
         l’isolamento delle comunità;
         la distruzione della vita nella sua quotidianità;
         la diffusione di un clima imperante di terrore.
 
Una parte fuggì all’estero, ma una grande quantità di desplazados cercò di sfuggire alla morte senza abbandonare il paese. In un primo momento si verificò l’intensificazione del flusso dei desplazados verso le aree urbane, soprattutto la capitale per, come dicevano, “diventare invisibili”, o verso differenti dipartimenti, dove speravano di passare inosservati, perché non conosciuti.
Questa situazione creò gravi problemi psicologici e culturali, oltre che socio-politici, perché, all’inevitabile sofferenza e senso di vuoto per lo sradicamento dalla loro comunità, si aggiungeva uno sconvolgente cambiamento della vita, anche per la necessità di nascondere la propria cultura e identità. 
I gruppi più numerosi cercarono rifugio nelle montagne e nei boschi vicino ai propri luoghi di residenza, affrontando condizioni di vita inumane. Moltissimi morirono durante la fuga, soprattutto per fame, freddo, malattie e terrore.
La popolazione costretta a fuggire fu perseguitata e inseguita incessantemente dall’Esercito che cercava il suo totale annientamento, operando continui massacri ed esecuzioni. 
In ottemperanza alla politica di “tierra rasada”[6] (terra bruciata): l’Esercito distrusse sistematicamente raccolti, coltivazioni e case per rendere impossibile la sopravvivenza in montagna ed impedire il ritorno.
La decisione della fuga, sentita come una grande ingiustizia, dovette essere presa, nella quasi totalità dei casi, all’improvviso ed in un contesto di estrema difficoltà e pericolosità. Solo in pochissimi casi la decisione dell’abbandono della propria aldea (regione) fu presa più consapevolmente in seguito alle voci di massacri che giungevano nelle comunità. Durante la fuga il pericolo del cammino e la separazione familiare costituirono i principali problemi, oltre alla mancanza di cibo e di vestiario, alla fuga di notte, cercando di evitare qualunque contatto con altre popolazioni che potesse mettere in pericolo la vita di tutti.
L’abbandono delle case, della terra e del villaggio rappresentò solo una prima fase nel calvario dei desplazados che dovettero affrontare condizioni di vita inumane.
La sopravvivenza in un ambiente ostile, a cui non erano abituati, senza cibo, senza un luogo in cui rifugiarsi, portando spesso a spalle bambini piccoli e vecchi, divenne sempre più difficile. A causa dell’assoluta precarietà quotidiana e degli effetti psicologici della violenza molti si ammalarono e tantissimi morirono per fame, malattie, per “el susto”, come essi chiamano quel complesso di sentimenti che non possono essere definiti solo “paura”. Famiglie intere furono decimate, altre vennero divise e non sono ancora riuscite a ritrovarsi e a ricomporsi. 
La solidarietà di altre comunità e l’appoggio dei familiari aiutarono le persone colpite ad affrontare meglio la situazione. Tuttavia decine di migliaia di persone furono obbligate a fuggire nelle montagne in condizioni estreme. In questa situazione l’unione e l’aiuto tra gli stessi desplazados servirono a sviluppare e a consolidare forme di sopravvivenza in questa disperata fuga collettiva.
L’Esercito, più tardi, per recuperare il controllo sulla popolazione, decretò una serie di amnistie, a cui aderirono molti desplazados per i quali era divenuto insostenibile vivere in montagna, costruendo strutture sociali ferramente militarizzate e sotto uno strettissimo e assoluto controllo militare.
Il Tribunale Permanente dei Popoli, riunitosi a Madrid nel 1983, scrisse: “L’Esercito concentrò parte della popolazione indigena in villaggi strategici, imponendole “vestiti occidentali”, privandola così dei suoi ultimi legami. Per la donna indigena privarsi del suo costume significa tradire i propri antenati. Vengono loro tagliati persino i capelli, che è un altro sacrilegio per la cultura indigena. Infine si assicura loro un cibo, ma gli si vieta di uscire dai villaggi strategici, sia per piantare il mais, che per celebrare i riti sacri nei luoghi e nelle date consacrate da secoli. Si tenta così di distruggere sistematicamente e consapevolmente i valori sacri della popolazione indigena per sovvertirne l’identità e, annientando la loro conoscenza, distruggere ogni capacità di difendere la loro identità etnica”.[7] 
I gruppi che rifiutarono l’amnistia dettero vita a strategie di sopravvivenza e si organizzarono in nuove strutture, come le CPR,[8] per affrontare le ardue condizioni di vita in un ambiente ostile, dove era difficilissimo trovare una via d’uscita alle necessità basilari di sopravvivenza (Fredi ci raccontava che il semplice gesto di accendere il fuoco per cucinare nella foresta rappresentava spesso un problema: il fumo avrebbe rivelato all’Esercito il luogo in cui si erano rifugiati e da lì avrebbero dovuto riprendere la marcia per evitare di essere massacrati).[9] Per l’Esercito queste organizzazioni furono la prova dei rapporti dei desplazados con la guerriglia, cercando così di giustificare la persecuzione e la pressione costante, senza tenere in considerazione la loro condizione di popolazione civile indifesa e non belligerante.[10]




[1]              Domanda rivolta sulla piana di Gerico da un capo beduino nel 1987 all’antropologa Michela Zucca. Cfr.  Zucca  M., Donne delinquenti, Collana di storia e di antropologia, Esselibri, Napoli, 2004 (pg. 36).

[2]              Vedi Cap. 1.11.

[3]                Sepulveda L., Il vecchio che leggeva romanzi d’amore, Guanda, Parma, 1993.

[4]              Per capire la vastità del fenomeno del desplaziamento, basti segnalare che nel 1993 più di un terzo della popolazione non potè votare: non risultava registrata, era senza nome. Cfr. Tompkins P. e Forenza M. L., La CIA in Guatemala. Orrori di un genocidio.,  Odradek, Roma, 2000, pg 42.

[5]              Il più grande genocidio di indios dei tempi moderni ha avuto luogo tra l’indifferenza quasi generale della comunità politica internazionale. Su Rai Tre in tarda serata qualche mese fa trasmisero un documentario su questo genocidio dal titolo Guatemala. Il genocidio dimenticato.  Espressione più che appropriata. Pizzetti S., Guatemala. Il genocidio dimenticato, film-documentario, Agenda del mondo, Rai Tre, 2/2/2007, ore 24.40.

[6]              Erano i metodi già sperimentati nelle campagne di controinsurrezione applicate in America Centrale. Venivano anche definiti “Togliere l’acqua al pesce”. 

[7]                Cfr. La CIA in Guatemala. Orrori di un genocidio, Op. Cit pg. 29.

[8]                Comunidades de Poblacion en Resistencia.

[9]              “Ore, giorni passati a giocare a nascondino. Se ti beccano sei morto, morto, morto. Se pol mia racontar ‘ste cose. Anche al cinema vien male. Tutto sembra finto. Prova invece a racontar la neve:  non è più bianca” dalla voce di Marco Paolini nello spettacolo Il sergente. L’autore narra del dramma dei soldati italiani nel loro “ripiegamento” dal fronte russo sul Don: 5.400 km di steppa, con - 40°, in balia di bufere di neve e di missili katiusha per lo più percorsi a piedi semiscalzi e malvestiti in lunghe colonne umane nel tentativo disperato di tornare a casa… In Guatemala furono i civili, non i soldati, a provare lo stesso forte desiderio: tornare alle proprie case. Paolini M., Il sergente, spettacolo teatrale, LA 7, 30/10/2007, ore 21.00, tratto dal testo Rigoni Stern M., Il sergente nella neve, Einaudi, Torino, 2001 (ed. orig. 1953).

[10]             Fondazione Piccini, I Desplazados, Pubblicazione edita dalla Fondazione stessa, Calvagese della Riviera (BS), 2006.
 

 

   
 
 
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