[Bsf] R: ¿Debacle financiera, crisis sistémica ? Respuestas ilusorias y respuestas necesarias. SAMIR AMIN alllegato pdf Inglese e Francese

a.zinelli a.zinelli a alice.it
Gio 18 Dic 2008 17:41:20 CET


Caro Paco, spero di fare cosa utile traducendo in italiano e mettendo in
rete il testo di Amin che hai messo sulla mailing-list, con l'aggiunta di
alcune note mie.
Come base ho preso il testo francese. Se ti risultano cattive comprensioni
mie in base al testo spagnolo, fammelo sapere


Crollo finanziario, crisi sistemica: risposte illusorie e risposte
necessarie
SAMIR AMIN
Relazione introduttiva – Foro mondiale delle alternative – Caracas, ottobre
del 2008
La crisi finanziaria era inevitabile.
Noi non siamo stati sorpresi per l'esplosione brutale di questa crisi, che
avevamo già evocato in altre occasioni qualche mese fa, al contrario degli
economisti tradizionali che si davano da fare per minimizzarne le
conseguenze, specialmente in Europa. Per comprendere la sua genesi, bisogna
sbarazzarsi della definizione corrente del capitalismo, che si definisce
oggi come «neo liberale mondializzato». Questa definizione è ingannevole e
nasconde l'essenziale. Il sistema capitalistico attuale è dominato da un
pugno di oligopoli che controllano l'assunzione delle decisioni fondamentali
nell'economia mondiale.
Questi oligopoli non sono solo finanziari, costituiti da banche o
assicurazioni, ma da gruppi che partecipano alla produzione industriale, nei
servizi, nei trasporti, ecc. La loro caratteristica principale è
finanziarizzazione. Con questo termine si deve intendere che il centro di
gravità delle decisioni economiche è stato trasferito dalla produzione di
plusvalore nei settori produttivi, verso la redistribuzione dei profitti
resa possibile dai prodotti derivati dagli investimenti finanziari.1
È una strategia perseguita deliberatamente non dalle banche, ma dai gruppi
«finanziarizzati». Questi oligopoli non producono d'altronde profitti, essi
arraffano puramente e semplicemente una rendita di monopolio attraverso gli
investimenti finanziari.2
Questo sistema è estremamente redditizio per i segmenti dominanti del
capitale. Non si tratta dunque di una economia di mercato, come si pretende
di dire, ma di un capitalismo di oligopoli finanziarizzati.
Tuttavia la fuga in avanti nell'investimento finanziario non poteva durare
eternamente, dal momento che la base produttiva cresceva ad un tasso
inconsistente. Ciò non poteva durare3. Da ciò viene la cosiddetta «bolla
finanziaria», che traduce la logica stessa del sistema dell'investimento
finanziario. Il volume delle transazioni finanziarie è dell'ordine dei
duemila trilioni di dollari, mentre la base produttiva, mentre il prodotto
interno lordo mondiale è di soli 44 trilioni di dollari. Un multiplo
gigantesco. Trent'anni fa, il volume relativo delle transazioni finanziarie
non aveva questa ampiezza. Queste transazioni erano destinate per la maggior
parte a copertura delle operazioni richieste direttamente dalla produzione e
dal commercio interno ed internazionale. La dimensione finanziaria di questo
sistema di oligopolio era – l'ho già detto – il tallone d'Achille
dell'insieme capitalistico. Perciò la crisi doveva essere innescata da un
crollo finanziario.
Dietro la crisi finanziaria, la crisi sistemica del capitalismo senile.
Ma non basta porre l'attenzione sul crollo finanziario. Dietro ad essa si
disegna una crisi dell'economia reale, perché la deriva finanziaria stessa
va ad asfissiare la crescita della base produttiva; le soluzioni messe in
campo per la crisi finanziaria non possono che sfociare in una crisi
dell'economia reale4. Vale a dire in una stagnazione relativa della
produzione, con ciò che essa porta con sé: diminuzione dei redditi dei
lavoratori, aumento della disoccupazione, aumento della precarietà e
peggioramento della povertà nel sud del mondo. D'ora in avanti si deve
parlare di depressione e non più di recessione.
E dietro questo crisi si profilerà a sua volta la vera crisi strutturale
sistemica del capitalismo5.
La prosecuzione del modello di crescita dell'economia reale come lo
conosciamo, e del consumo che gli è associato, è diventato, per la prima
volta nella storia, una vera minaccia per l'avvenire dell'umanità e del
pianeta.
La dimensione maggiore di questa crisi sistemica riguarda l'accesso alle
risorse naturali del pianeta, diventate notevolmente più rare di mezzo
secolo fa. Il conflitto Nord/Sud costituisce per questo l'asse centrale
delle lotte e dei conflitti futuri.
Il vigente sistema di produzione e di consumo/spreco impedisce l'accesso
alle risorse naturali del globo alla maggioranza degli abitanti del pianeta,
i popoli dei paesi del sud. In passato un paese emergente poteva prelevare
la sua parte di queste risorse senza rimettere in questione i privilegi dei
paesi ricchi. Ma oggi non c'è più questa possibilità. La popolazione dei
paesi opulenti – il 15% della popolazione del pianeta – si accaparra per il
suo proprio consumo e per il suo spreco l'85% delle risorse del globo, e non
può tollerare che dei nuovi venuti possano accedere a queste risorse, perché
essi provocherebbero delle penurie gravi che minaccerebbero il livello di
vita dei ricchi.
Se gli Stati Uniti si sono dati l'obiettivo del controllo militare del
pianeta, è perché essi sanno che senza questo controllo essi non possono
assicurarsi l'accesso esclusivo a queste risorse. Come si sa, la Cina,
l'India ed il sud nel suo insieme hanno ugualmente bisogno di queste risorse
per il loro sviluppo. Per gli Stati Uniti si tratta in modo imperativo di
limitare l'accesso ad esse, ed in ultima istanza non c'è che un mezzo, la
guerra.
D'altra parte, per economizzare le sorgenti di energia di origine fossile,
gli Stati Uniti, l'Europa ed altri sviluppano progetti di produzione di
agro-carburante su grande scala, a svantaggio della produzione alimentare,
che già ora risente dell'innalzamento dei prezzi.
Le risposte illusorie degli attuali governi
I poteri vigenti, al servizio degli oligopoli, non hanno altro progetto che
quello di rimettere in sella questo stesso sistema. D'altronde gli
interventi degli Stati sono quelli ordinati da questa oligarchia comanda. E
tuttavia non è impossibile che questa operazione abbia successo, se le
infusioni di mezzi finanziari sono sufficienti e se le reazioni delle
vittime – le classi popolari e le nazioni del Sud – restano limitate. Ma,
anche se caso di successo il sistema non arretra che per saltare meglio, ed
un altro crollo finanziario, ancora più profondo, sarà inevitabile, perché
gli “aggiustamenti” previsti per la gestione dei mercati finanziari e
monetari sono largamente insufficienti, dal momento che non mettono in
discussione il potere degli oligopoli. Per altro verso queste risposte alla
crisi finanziaria tramite l'iniezione di enormi fondi pubblici per
ristabilire la sicurezza dei mercati finanziari sono divertenti: dopo che i
profitti erano stati privatizzati, nel momento in cui gli investimenti
finanziari si rivelano in pericolo, si socializzano le perdite! Se viene
croce, ho vinto io, se viene testa hai perso tu.
Le condizioni per una risposta veramente positiva alle sfide
Non basta dire che gli interventi degli Stati possono modificare le regole
del gioco, attenuare le derive. Bisogna anche definirne le logiche e la
portata sociali. Certo, si potrebbe in teoria tornare alle formule di
associazione dei settori pubblici e privati, di economia mista come durante
i Trent'anni gloriosi in Europa e dell'era di Bandung in Asia e in Africa,
quando il capitalismo era largamente dominante, accompagnato da da politiche
sociali forti. Ma questo tipo di intervento dello Stato non è all'ordine del
giorno. E le forze sociali progressiste, sono in grado di imporre una
trasformazione di questa ampiezza? Non ancora, a mio umile avviso.
L'alternativa vera passa per il rovesciamento del potere esclusivo degli
oligopoli, e questo è inconcepibile senza che ci sia finalmente la loro
nazionalizzazione per una gestione che si inscriva nella loro
socializzazione democratica progressiva. Fine del capitalismo? Io non penso.
In compenso credo che sia possibile una nuova configurazione dei rapporti
delle forze sociali che impongano al capitale di adattarsi, lui, alle
rivendicazioni delle classi popolari e dei popoli. A condizione che le lotte
sociali, ancora frammentate e sulla difensiva nel loro insieme, arrivino a
cristallizzarsi in una alternativa politica coerente. In questa prospettiva
l'innesco della lunga transizione dal capitalismo al socialismo diviene
possibile. Le avanzate in questa direzione saranno evidentemente sempre
diseguali da un paese all'altro e da una fase all'altra del loro
dispiegarsi.
Le dimensioni dell'alternativa auspicabile e possibile sono molteplici e
riguardano tutti gli aspetti della vita economica, sociale, politica.
Richiamerò qui le grandi linee di questa risposta necessaria:
I. La reinvenzione da parte dei lavoratori di organizzazioni adeguate che
permettano la costruzione della loro unità, che superino la frammentazione
associata alle forme di sfruttamento in atto (disoccupazione, precariato,
lavoro nero).
II La prospettiva è quella di un risveglio della teoria e della pratica
della democrazia associata al progresso sociale ed al rispetto della
sovranità dei popoli e non dissociata da loro.
III Liberarsi dal virus liberale fondato sul mito dell'individuo, che era
già divenuto materiale storico. I diffusi rifiuti dei modelli di vita
associati al capitalismo (alienazioni multiple, patriarcato, consumismo e
distruzione del pianeta) segnalano la possibilità di questa emancipazione.
IV Liberarsi dall'atlantismo e dal militarismo che gli è associato,
destinati a far accettare la prospettiva di un pianeta organizzato sulla
base dell'apartheid su scala mondiale.
Nei paesi del Nord del mondo la sfida implica che l'opinione pubblica non si
lasci rinchiudere nel consenso per la difesa dei loro privilegi di fronte ai
popoli del Sud. L'internazionalismo di cui vi è necessità passa per l'anti
imperialismo, non per gli aiuti umanitari.
La strategia degli oligopoli mondiali comporta che nei paesi del Sud la
crisi ricada su quei popoli (svalorizzazione delle riserve monetarie,
ribasso dei prezzi delle materie prime esportate, rialzo di quelle di
importazione).
La crisi offre l'occasione di una rinascita di uno sviluppo nazionale,
popolare, democratico auto centrato, che sottomette i rapporti col Nord alle
proprie esigenze, questa è la discontinuità che si richiede. Ciò implica:
I Il controllo nazionale dei mercati monetari e finanziari.
II Il controllo delle tecnologie moderne ormai possibile.
III Il recupero dell'uso delle risorse naturali.
IV La disfatta della gestione mondializzata dominata dagli oligopoli (WTO) e
del controllo militare del pianeta da parte degli Stati Uniti e dei loro
alleati.
V Liberarsi dalla illusione di un capitalismo nazionale autonomo interno al
sistema e dai miti passatisti.
VI La questione agraria è in realtà al centro delle scelte da fare nei paesi
del terzo mondo. Uno sviluppo degno di questo nome esige una strategia
politica di sviluppo agricolo fondata sulla garanzia dell'accesso alla terra
per tutti i contadini (la metà dell'umanità). Al contrario, le formule
patrocinate dai poteri dominanti – accelerare la privatizzazione dei suoli
agricoli, e trasformare i suoli agricoli in merce, comportano l'esodo rurale
massiccio che tutti conosciamo. Poiché lo sviluppo industriale dei paesi
interessati non può assorbire questa manodopera sovrabbondante, quest'ultima
si ammassa nelle bidonvilles o si lascia tentare dalle tragiche avventure di
fuga in piroga attraverso l'Atlantico. C'è una relazione diretta tra la
soppressione della garanzia dell'accesso ai suoli e l'aumento della
pressione migratoria.
VII L'integrazione fra aree regionali, favorendo la nascita di nuovi poli di
sviluppo, può costituire una forma di resistenza e di alternativa? La
regionalizzazione forse non è necessaria per giganti come la Cina e l'India,
o anche il Brasile, ma lo è certamente per molte altre regioni, nell'Asia
del sud-est, in Africa o in America Latina. Questo continente è un po' più
avanti in questo campo. Il Venezuela ha opportunamente preso l'iniziativa di
creare l'ALBA (Alternativa Bolivariana per l'America Latina ed i Caraibi) e
la Banca del Sud (Bancosur) ancor prima della crisi. Ma l'ALBA – un progetto
di integrazione economica e politica – non ha ancora ricevuto l'adesione del
Brasile e nemmeno dell'Argentina. In compenso, il Bancosur, progettato per
promuovere un altro tipo di sviluppo, vede associati anche questi due paesi,
che fino ad ora hanno una concezione tradizionale del ruolo di questa banca.
Le avanzate in queste direzioni al Nord ed al Sud, basi
dell'internazionalismo dei lavoratori e dei popoli, costituiscono le sole
garanzie della ricostruzione di un mondo migliore, multipolare e
democratico, sola alternativa alla barbarie del capitalismo senescente. Più
che mai la battaglia per il socialismo del 21-mo secolo è all'ordine del
giorno.

Note

1 Purtroppo Amin non ci spiega COME si ottengono i profitti finanziari senza
passare dalla produzione. Il valore verrà creato tessendo banconote con
l'aria? O non è semplicemente un trucco, che ha alla base le “tecniche”
capitalistiche ormai incorporate dai soggetti umani – dai finanzieri stessi,
all'ultimo lavoratore, ai “rivoluzionari” - che si basa sulla PRODUZIONE
FUTURA, e che regge finché i vari strumenti, principalmente lo strumento
militare, garantisce, o si pensa garantisca, il futuro rientro delle
anticipazioni solo presunte?
Di conseguenza il giochino crolla sia per la sproporzione tra le
anticipazioni di ricchezza inesistente e quella reale, sia perché la testa
del serpente ha incontrato una inattesa resistenza militare laddove pensava
di penetrare come un coltello nel burro.
2 Come per la nota 1, solo che qui emerge con ancora maggiore chiarezza la
domanda su quale sia la fonte di valore da cui di tosa la “rendita di
monopolio”. Puoi avere il monopolio più assoluto, ma se non crei la
differenza tra ciò che spendi e ciò che incassi, non hai nessuna rendita; e
se alla fine non c'è un radicamento in beni reali, presenti o per lo meno
ragionevolmente attesi per il futuro, invece di godere di un monopolio, hai
giocato a monopoli.
E tra le due cose c'è una qualche differenza.
3 Qui Amin, in fondo, dice quanto ho detto nelle due note precedenti, ma
continua a lasciare nella indeterminatezza il rapporto logico-fattuale che
regola il rapporto tra produzione reale ed i valori fittizi della finanza, e
che spiega, in linea di principio, perché fino ad un certo punto i valori
“creati” con la finanza funzionano come valori reali, e perché, superata una
certa soglia, i valori “finanziari”, pur essendo fisicamente uguali a quelli
del giorno prima, scoppiano nel nulla della “bolla finanziaria”.
4 Anche qui manca qualunque indicazione che accenni, sia pure solo in modo
sommario, alla natura del rapporto effettivo tra economia finanziaria ed
economia reale, mentre in effetti questo rapporto sembra intrinseco alla
natura della economia finanziaria come proiezione su beni futuri. Quindi,
entro certi limiti, gli “investimenti” finanziari, proprio perché sono una
proiezione sul futuro, stimolano la produzione reale, cioè l'economia reale.
Se scompare la prospettiva del rientro futuro con beni reali, scompare anche
questa spinta, e quindi l'economia reale va incontro ad asfissia.
5 D'ora in avanti non metto più note, non perché sia tutto chiaro, anzi. Ma,
da un lato, avrei forse troppi dubbi da mettere avanti, dall'altro le mie
idee temo siano a loro volta troppo confuse.
Mi limito ad accennare a due difficoltà. Da una parte mi pare che Amin
faccia della scarsità delle risorse naturali la causa fondamentale della
crisi attuale e della futura crisi sistemica, cosa sulla quale, appunto, ho
molti dubbi. Dall'altra parte sembra quasi che, con un po' di buona volontà,
gli “oligopoli” guidati militarmente dagli Stati Uniti, smetteranno
pressoché spontaneamente dalla loro opera. Ed anche questo mi pare molto
opinabile.

Traduzione e note di Attilio Zinelli 

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