[Bsf] l'assalto finale della banda Ferrero
riccardo
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Mer 24 Dic 2008 11:53:25 CET
Un commissario politico a Liberazione?
Piero Sansonetti 24/12/2008
Cari amici e compagni lettori, siamo nei guai. Liberazione è a rischio, è a
rischio la sua autonomia, la sua libertà, cioè gli elementi essenziali che
garantiscono che un giornale sia un giornale.
Vi riassumo gli avvenimenti delle ultime 24 ore (che hanno provocato lo
sciopero dei giornalisti di Liberazione, e oggi hanno prodotto una nota
ufficiale, molto molto severa, del sindacato). E' successo questo: lunedì
pomeriggio si è riunita la Direzione del Prc e ha bocciato (a stretta
maggioranza) il piano di ristrutturazione e di rilancio del giornale, che
era stato varato dal consiglio di amministrazione (e alla cui stesura avevo
partecipato). Non è stata presentata nessuna motivazione ragionevole per
questa decisione. Bocciato e basta. Il piano, che prevedeva l'annullamento
del deficit e dunque un bilancio in pareggio, era stato accolto come base di
trattativa dal sindacato dei giornalisti e dal comitato di redazione. Oggi
la trattativa si sarebbe dovuta aprire. Ma è saltata. La bocciatura da parte
del partito - di per sé - non ha peso giuridico, ma è un siluro politico
formidabile, che mette a rischio la sopravvivenza del giornale. Alla
bocciatura del piano, la direzione del Prc (sempre a stretta maggioranza) ha
fatto seguire altre due decisioni. La prima - gravissima - è quella di
chiedere la revoca del consiglio di amministrazione del giornale, con un
vero e proprio colpo di mano, forse inedito nella storia dell'editoria
italiana del dopoguerra. La seconda è quella di annunciare la probabile
vendita del giornale ad un editore privato. Il nome dell'editore doveva
restare segreto, ma noi lo abbiamo scoperto: si tratta di Luca Bonaccorsi,
una persona che noi conosciamo bene e con il quale abbiamo anche rapporti di
simpatia, ma che finora - lo sottolinea la nota dell'Fnsi - come editore non
ha dato molte garanzie (e deve affrontare diverse cause di lavoro avviate
dai suoi dipendenti o ex dipendenti). Tutto questo è successo lunedì sera.
Ieri abbiamo saputo delle cose che hanno ancora accresciuto il nostro
allarme, e anche - lo confessiamo - il nostro incredulo stupore. E cioè
siamo venuti a sapere che esiste una proposta di accordo, messa nero su
bianco dall'editore Bonaccorsi, che la presenta come il riassunto «delle
intese intercorse fino ad oggi» con i rappresentanti della proprietà (e
dunque del partito).
In queste intese ci sono tre cose, tra le altre, che colpiscono e lasciano
interdetti. La prima riguarda l'impegno a difendere «gli attuali livelli
occupazionali», e cioè a «non licenziare». E' vero che questo impegno viene
assunto solennemente, come effettivamente era stato assicurato lunedì
durante la riunione della Direzione, ma con un piccolo codicillo che recita
così: «compatibilmente con lo sviluppo della società editrice conseguente al
suo rilancio». Che vuol dire? Che se per caso questo rilancio non ci sarà,
come è un po' più che probabile, l'editore potrà ristrutturare l'azienda
come meglio credere e mandare a casa chi pare a lui.
La seconda cosa che colpisce riguarda l'autonomia generale del giornale,
dichiarata apertamente un pericolo da abbattere. Dice testualmente
l'accordo: «gli obiettivi dell'operazione: ...tutela del controllo della
linea politica del giornale da parte della segreteria del partito». Ora, a
me hanno detto che esageravo quando paragonavo certe idee sulla libertà
dell'informazione alle idee brezneviane. Però dovete ammettere che questo
concetto, secondo il quale la segreteria del partito è titolare della linea
del giornale, in Occidente non era mai stato dichiarato. Altro che
bollettino di partito!
La terza cosa che lascia davvero interdetti è la proposta di doppia
direzione. E' scritto testualmente nell'accordo che ci sarà un direttore
responsabile che però non avrà voce sulla linea politica del giornale e
addirittura non potrà decidere chi sono gli editorialisti e quali editoriali
pubblicare. Ora voi capite che un direttore che non può decidere chi scrive
l'editoriale, né può scriverlo lui, più che un direttore è un cretino.
Questo mezzo direttore dovrà occuparsi solo della cronaca e della cultura,
sempre che i temi culturali non investano scelte di linea politica. Tutto il
resto spetterà ad una figura definita «direttore politico editoriale»,
designato dal partito e che avrà poteri assoluti. Un vero e proprio
commissario politico. Tutto questo, naturalmente, in violazione del
contratto nazionale di lavoro. Ma la violazione del contratto di lavoro non
è neppure l'aspetto più grave: l'aspetto più grave è la violazione di
qualunque idea di libera informazione e di qualunque rispetto per
l'autonomia e per i diritti dei giornalisti. E' la concezione totalitaria,
che sembra persino un po' una farsa, una esagerazione caricaturale di
vecchie idee autoritarie degli anni 50.
Diciamo che di positivo, in questo preaccordo, c'è solo una cosa: che è un
"preliminare" d'accordo, una specie di compromesso di vendita, ma non è
ancora definitivo. Ritengo abbastanza probabile che sia frutto di un
equivoco o di qualche problema di "impreparazione" in chi ha trattato
l'affare. Francamente sono convinto che Paolo Ferrero non possa far passare
una cosa del genere, e per di più farlo furtivamente nei giorni delle
vacanze natalizie, e oltretutto attraverso il «putsch» dell'esautoramento
del consiglio di amministrazione.
Noi siamo qui per sollecitare un ripensamento, e per ribadire che questa
redazione è disponibile ad ogni trattativa per salvare il giornale. Diciamo
la verità: non è rimasto più molto a sinistra, non ci sono grandi segnali di
vita. Liberazione è uno dei pochi «organismi viventi». Che senso ha tentare
di raderla al suolo? Qual è il motivo vero? Perché è un giornale contrario
alle dittature? Perché non ama il muro di Berlino? Perché è troppo amica
degli omosessuali e delle femministe? Perché fu troppo libera e critica col
governo Prodi? Perché aspira a un nuovo soggetto unitario della sinistra?
Perché non ama i riti e le burocrazie di partito? Perché troppe volte
antepone il culto della libertà a tutto il resto? O addirittura perché è
troppo radicale nelle sue battaglie a difesa degli immigrati, o a difesa dei
lavoratori, dei loro diritti, delle lotte della classe operaia?
Non è possibile dare una risposta positiva a nessuna di queste domande. A
nessuna. Allora forse c'è ancora il tempo per ricominciare a dialogare. Per
cercare una via di salvezza di questo patrimonio, che non appartiene a
nessuno, che è di tutta la sinistra e che è una ricchezza, che non può
essere dispersa, per il sistema dell'informazione. Cancelliamo quella
proposta di accordo e ricominciamo daccapo.
-------------- parte successiva --------------
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