[Bsf] R: A proposito del congresso di Rifondazione
a.zinelli
a.zinelli a alice.it
Mer 25 Giu 2008 11:37:24 CEST
Quanta fretta!
A me pare che si tratti in buona parte della espressione della profezia che
tende ad autorealizzarsi, del desiderio che spinge alla propria
soddisfazione.
Del resto non mi sembra che le masse abbiano subito palingenesi con
l'apparire di una Sinistra Critica all'orizzonte.
Anch'io ho il mio "l'avevo detto". L'avevo detto in Comitato politico a
Brescia che lo scontro tutto aprioristico tra le due due tendenze egemoni
nella maggioranza di Rifondazione - diciamo la corrente zipponiana - e alla
minoranza - diciamo la corrente autorevolmente rappresentata da Felice -
sarebbe stato disastroso, ed avrebbe portato alla comune rovina dei gruppi
in lotta. E l'ho scritto anche sulle mailing lista bresciane, in una
amichevole polemica con Fernando.
Detto questo, rimane tutto da vedere il "che fare", visti gli scenari
apocalittici mondiali che abbiamo davanti, e l'assoluto deserto di proposte
che abbiano almeno la potenzialità di essere feconde.
Al momento mi pare prevalga, in alcuni, la nostalgia di quando si poteva
prendersela esclusivamente col "governo amico" - che amico non era per
nulla, sono perfettamente d'accordo. Ed in mancanza del governo amico, che
cosa di meglio che prendersela con il (presunto) cadavere amico?
Non mi paiono esercitazioni molto promettenti.
Attilio.
-----Messaggio originale-----
Da: bsf-bounces a bresciasocialforum.org
[mailto:bsf-bounces a bresciasocialforum.org] Per conto di Sinistra Critica
Inviato: mercoledì 25 giugno 2008 0.54
A: bsf a bresciasocialforum.org
Oggetto: [Bsf] A proposito del congresso di Rifondazione
A proposito del congresso di Rifondazione
Non saremmo entrati nel congresso del Prc se non avessimo osservato che
rischia di finire in Tribunale. Come non restare basiti rispetto alla deriva
di un partito la cui storia abbiamo considerato chiusa con l'andata al
governo e dal quale siamo usciti alcuni mesi fa ma del quale non prevedevamo
un epilogo così sconfortante.
A sentirci chiamare in causa, in particolare, è stata la diatriba rispetto
ai congressi camuffati, alle accuse di gonfiare gli iscritti, di alterare il
risultato finale. Che scoperta! Al congresso di Venezia, l'ultimo al quale
abbiamo partecipato, il congresso che ha dato il via libera a una politica
sciagurata, era stato Gigi Malabarba, allora capogruppo al Senato, a
intervenire dalla tribuna parlando di quello strano animale che aveva
popolato, alterandolo, quel congresso: "il cammello". Dalla sala erano
arrivati solo fischi - oltre agli applausi convinti delle minoranze - e
sberleffi e il povero Malabarba si era dovuto sorbire una violentissima
replica dell'allora segretario che si era sentito offeso per l'accusa. Bene,
oggi il cammello è tornato di attualità solo che coloro che ne beneficiarono
in quel congresso si accorgono oggi della sua pericolosità. Pensate cosa
sarebbe accaduto se, in virtù di una partecipazione regolare ai congressi da
parte degli iscritti, a Venezia la maggioranza non avesse raggiunto il 50%
o l'avesse superato di un soffio, quale altra politica racconteremmo oggi. E
invece assistiamo al disastro della sconfitta elettorale e alla miseria che
la commenta.
Ma, in fondo, di che si discute in questo congresso del Prc? Di poco, ci
pare. Non delle ragioni della sconfitta, non di un bilancio autocritico
serio, che rimetta in discussione un gruppo dirigente complessivamente
responsabile della catastrofe; non della egemonia culturale che la destra ha
guadagnato grazie anche al "concorso morale" di una sinistra, compresa
quella estrema, che si è baloccata nell'illusione di poter governare gli
spiriti animali del capitalismo. Da fuori, ci pare che si discuta
esclusivamente di chi conserverà la titolarità di quel partito,
conservandone simbolo, cassa e...immobili. Un po' poco per ricostruire la
sinistra.
Il punto è che se non si fa un'analisi seria sulla ragione di fondo della
sconfitta, la perdita di relazioni sociali, l'istituzionalismo e il
carrierismo imperanti, la perdita di legami di massa, non si va lontano. E
non si va lontano se non si fa un lavoro ancora più importante.
Il mondo attuale si caratterizza per due elementi complementari: il massimo
di distruttività del capitalismo e la possibilità effettiva di uno
sprofondamento nei meandri oscuri della barbarie; allo stesso tempo, la
perdita di credibilità di un discorso anticapitalista. Ma questa credibilità
è stata persa in gran parte per gli errori e le presunzioni dei gruppi
dirigenti della sinistra, quelli del Pd e quelli della Sinistra "radicale".
Così che un discorso alternativo ha oggi bisogno di tempo, di prove sul
campo ma anche di una generazione politica nuova. Non solo un generazione
giovane ma anche un insieme di uomini e donne privi di responsabilità
pesanti, capaci di esprimere idee mai praticate finora, sia sul piano
dell'esperienza storica che di quella più recente. Insomma, una palingenesi
che dai congressi in corso non sembra poter venire.
E non sembra poter venire meno che mai dalle analisi che recentemente ha
sciorinato Fausto Bertinotti tra i massimi responsabili della sconfitta.
Ancora una volta abbiamo assistito alla tentazione dell'analisi spumeggiante
- "il regime leggero" - priva di consistenza e di struttura; al vezzo
intellettuale fuori dal contesto politico e inadatto a indicare qualsiasi
strada.
Nel tranciare questi giudizi non vogliamo assumere l'arroganza di chi
dispensa lezioni. Certo, la presunzione di poter dire "l'avevamo detto" ce
l'abbiamo. Avevamo detto che la questione del governo era una torsione
intollerabile; avevamo denunciato la burocratizzazione interna al Prc che
oggi esce prepotentemente nello scontro interno tra gli apparati; avevamo
fatto una battaglia alla luce del sole in Parlamento; abbiamo lanciato fino
all'ultimo messaggi udibili da chi volesse. Nessuno ha ascoltato, nessuno ha
nemmeno fatto finta di ascoltare. Detto questo, siamo tra i primi
consapevoli di una difficoltà strutturale di questa fase. Nell'epoca
dell'egemonia politica e culturale della destra - un'egemonia, visibile dopo
il 15 aprile ma in realtà maturata nei lunghi anni 90 - il compito che ci
attende è immenso. Si tratta di ri-costruire una consapevolezza di classe,
una coscienza di essere classe e un'idea di società che sia attraente e
mobiliti
persone e coscienze. Qualcosa che il movimento operaio ha già fatto tra la
fine dell'800 e i primi anni del Novecento senza, però, camminare sulle
macerie e senza distruzioni epocali alle spalle.
Per fare questo c'è bisogno di armarsi di una "lenta impazienza": il lavoro
da fare è urgente ma occorre dotarsi del tempo necessario e degli strumenti
adeguati.
C'è bisogno di una pratica sociale condivisa, di esperienze sul campo che,
sole, possono ricostruire fiducia reciproca e legami forti. E c'è bisogno di
condividere un orizzonte comune, per noi l'anticapitalismo cioè la
trasformazione di questa società e l'incompatibilità con i suoi agenti anche
nella sinistra. Un orizzonte che ha bisogno di essere declinato, immaginato
e spiegato, rendendo evidente i cardini e le potenzialità di "un altro mondo
possibile". Insomma, c'è bisogno di una vera rifondazione. Quella cominciata
17 anni fa è morta.
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