[Bsf] R: Domenica 14 settembre ore 12.30 giardini di via Odorici - Pranzo Solidale per il Guatemala

mirne a libero.it mirne a libero.it
Lun 1 Set 2008 15:47:01 CEST


Ciao, ho ricevuto il tuo messaggio credo attraverso la mailing list del bsf. 
Però mancano gli allegati: volantino e fotografie.
Io non ci sarò perchè impegnata all'incontro nazionale di Emergency a 
Riccione,
ma sarò comunque con voi, stretta in un forte abbraccio.
Puoi inserire il mio indirizzo direttatemente nella tua lista?
Grazie,
Mirne


>----Messaggio originale----
>Da: kattivando a hotmail.com
>Data: 29/08/2008 15.33
>A: "adriano e paola"<scepool a hotmail.com>, "agostino zanotti"<agostino.
zanotti a lda-zavidovici.it>, "agostino zanotti"<agzanot a libero.it>, "alberto 
amico ese"<alberto.poli a enel.it>, "alberto benassa"<benassa a med.unibs.it>, 
"alessandro maucci"<alessandro a bongas.com.br>, "alicesorellinamia schivardi"
<alice800 a inwind.it>, "andrea rossini senjor"<anarinda a libero.it>, "bbbrrrruno 
rancati"<brranca a hotmail.com>, "Caggia Fawithyou"<caggiafawithyou a libero.it>, 
"Casa Associazioni"<centrodocumentazionedirittiumani a comune.brescia.it>, 
"christianne amicomio"<bellibelli a hotmail.com>, "cristina cristina"
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Passirano"<ricampana a aliceposta.it>, "danila passirano"<ricampana a intelligenza.
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ian"<isafelix a tiscali.it>, "ivano teatro"<studiobarbaglio a tiscalinet.it>, 
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BSForum"<bsf a bresciasocialforum.org>, "MAO MAO"<mg a diesis.it>, "marco tdo"
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macobatti"<reginamac a hotmail.com>, "silvano agosti"<silvanoagosti a tiscalinet.
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amori GRANDI"<cora.delaini a hotmail.it>, "wanda romagnoli"<wanda.
romagnoli a aslbrescia.it>
>Cc: <violaeanita a tiscali.it>, <decol a amm.unibs.it>
>Ogg: [Bsf] Domenica 14 settembre ore 12.30 giardini di via Odorici - Pranzo 
Solidale per il Guatemala
>
>
>Ci sarà uno spiedo un po' speciale domenica 14 settembre alle ore 12,30 ai 
Giardini di Via Odorici, traversa di contrada del Carmine.
>Uno spiedo in memoria di GIULIA  e a sostegno di tutti quei bambini e quelle 
bambine che abbiamo incontrato nel progetto Villaggio Piero Morari di 
Chimaltenango visitato in Guatemala. 
>In allegato il volantino del pranzo solidale e sotto alcune delle foto che 
abbiamo scattato in quello splendido incontro. 
>Se siete vegetariani, troverete pane, musica e tanta tanta tanta bella 
gente. Scherzo, stiamo pensando anche a voi. 
> 
>Un abbraccio resistenteKatia 
>
> 
>Per informazioni e prenotazioni rivolgersi a:         
>Gruppo de Noalter  (Gino e Linda 030 3752178)                                
Viola, il cuore dell'iniziativa                   
>Tina >        339 
5056094                                                                     
Piero >      333 7481928
>Carlo >      335 
5422743                                                                      
Katia >      3491276951
>Stand di Apasci presso Festa del 
PD                                                 Circolo Arci Controcanto 
Urago Mella
> 
> 
>1.4  I Desplazados
> 
>1.4.1  Dal diario di viaggio: né case né tende
> 
> 
> 
>“Ma voi cosa ci trovate di strano nella nostra esistenza da disprezzarci 
tanto?
> Noi andiamo dietro ai cammelli. Voi andate dietro alle vacche. 
>Noi misuriamo la ricchezza di un uomo dal nostro numero di cammelli,
> voi dalle vacche della sua stalla. 
>Noi dobbiamo sopportare il caldo, voi il freddo.” 
>                                                           Parole di un capo 
beduino[1]
> 
> 
> 
>Lunedì pomeriggio entriamo nella regione del Petèn, quella considerata più 
pericolosa in termini di incolumità fisica.
>Il narcotraffico qui è padrone.
>In prossimità della strada vediamo decine di tende fatte con i sacchetti 
neri dello sporco. Ospitano “desplazados” a cui il governo ha promesso una 
casa…
>Ripassiamo di lì dopo qualche giorno. Un “piccolo” esercito armato e 
blindato li sta sfollando… vediamo il volto insanguinato di una donna. 
>Accordi di pace?[2]
> 
>
>Foto scattata dal furgone, assistendo allo “sgombero” di un gruppo di 
desplazados nel luglio 2006.
>1.4.2  Ma chi sono veramente i Desplazados?
> 
>“Impararono a cacciare, a pescare,
>a innalzare capanne stabili e resistenti agli uragani,
> a riconoscere i frutti commestibili e quelli velenosi, 
>ma soprattutto impararono l’arte di convivere con la foresta.”
>Luis Sepulveda[3]
> 
>Il fenomeno del “desplazamiento” è stato una costante durante tutto il 
conflitto che ha interessato il Guatemala: dalla fine degli anni ’70 e negli 
anni ’80 acquistò dimensioni di massa, raggiungendo il livello più alto tra il 
1981 ed il 1983, producendo un autentico esodo della popolazione, in uno 
sradicamento collettivo e comunitario, in genere di lunga durata, verso luoghi 
che non fossero sotto il controllo dell’Esercito.[4]
>In questo periodo, nei dipartimenti più colpiti dalla violenza istituzionale 
(Quichè, Huehuetenango, Chimaltenango, Altaverapaz) circa l’80% della 
popolazione fu costretta ad abbandonare la propria terra e la propria casa.
>Un numero altissimo di guatemaltechi, quindi, non guerriglieri ma 
popolazione civile non belligerante, fu costretto a fuggire come conseguenza 
diretta della repressione attuata dall’Esercito: era l’unica alternativa per 
avere salva la vita. Ne conosceremo direttamente alcuni: sono gli attuali 
residenti del villaggio “Piero Morari”.
>Il desplaziamento della popolazione non fu solo una conseguenza della 
violenza, oltre ad essere un meccanismo per difendere la vita; divenne anche un 
obiettivo della politica dell’Esercito, soprattutto nelle zone di maggior 
conflitto sociale ed acquistò, allora, una dimensione di massa. 
>Nei momenti immediatamente precedenti ai grandi movimenti della popolazione 
le condizioni di vita nelle aree rurali subirono un deciso peggioramento per l’
impatto della militarizzazione e l’inevitabile conseguente clima di paura. 
Negli anni ’80 si registrò un forte incremento della violenza, soprattutto nell’
area rurale. Dapprima la repressione fu selettiva, in particolare nei confronti 
di coloro che erano più coinvolti in attività sociali, politiche, religiose… 
poi si estese a tutti i membri dei villaggi che furono costretti a fuggire in 
montagna, nei boschi: centinaia di villaggi furono totalmente rasi al suolo e 
gli abitanti sterminati.[5]
>Anche se la violenza fu la principale causa diretta della fuga, vi furono 
altri fattori determinanti: 
> 
>         la riduzione ed il controllo degli spostamenti;
>         l’isolamento delle comunità;
>         la distruzione della vita nella sua quotidianità;
>         la diffusione di un clima imperante di terrore.
> 
>Una parte fuggì all’estero, ma una grande quantità di desplazados cercò di 
sfuggire alla morte senza abbandonare il paese. In un primo momento si verificò 
l’intensificazione del flusso dei desplazados verso le aree urbane, soprattutto 
la capitale per, come dicevano, “diventare invisibili”, o verso differenti 
dipartimenti, dove speravano di passare inosservati, perché non conosciuti.
>Questa situazione creò gravi problemi psicologici e culturali, oltre che 
socio-politici, perché, all’inevitabile sofferenza e senso di vuoto per lo 
sradicamento dalla loro comunità, si aggiungeva uno sconvolgente cambiamento 
della vita, anche per la necessità di nascondere la propria cultura e 
identità. 
>I gruppi più numerosi cercarono rifugio nelle montagne e nei boschi vicino 
ai propri luoghi di residenza, affrontando condizioni di vita inumane. 
Moltissimi morirono durante la fuga, soprattutto per fame, freddo, malattie e 
terrore.
>La popolazione costretta a fuggire fu perseguitata e inseguita 
incessantemente dall’Esercito che cercava il suo totale annientamento, operando 
continui massacri ed esecuzioni. 
>In ottemperanza alla politica di “tierra rasada”[6] (terra bruciata): l’
Esercito distrusse sistematicamente raccolti, coltivazioni e case per rendere 
impossibile la sopravvivenza in montagna ed impedire il ritorno.
>La decisione della fuga, sentita come una grande ingiustizia, dovette essere 
presa, nella quasi totalità dei casi, all’improvviso ed in un contesto di 
estrema difficoltà e pericolosità. Solo in pochissimi casi la decisione dell’
abbandono della propria aldea (regione) fu presa più consapevolmente in seguito 
alle voci di massacri che giungevano nelle comunità. Durante la fuga il 
pericolo del cammino e la separazione familiare costituirono i principali 
problemi, oltre alla mancanza di cibo e di vestiario, alla fuga di notte, 
cercando di evitare qualunque contatto con altre popolazioni che potesse 
mettere in pericolo la vita di tutti.
>L’abbandono delle case, della terra e del villaggio rappresentò solo una 
prima fase nel calvario dei desplazados che dovettero affrontare condizioni di 
vita inumane.
>La sopravvivenza in un ambiente ostile, a cui non erano abituati, senza 
cibo, senza un luogo in cui rifugiarsi, portando spesso a spalle bambini 
piccoli e vecchi, divenne sempre più difficile. A causa dell’assoluta 
precarietà quotidiana e degli effetti psicologici della violenza molti si 
ammalarono e tantissimi morirono per fame, malattie, per “el susto”, come essi 
chiamano quel complesso di sentimenti che non possono essere definiti solo 
“paura”. Famiglie intere furono decimate, altre vennero divise e non sono 
ancora riuscite a ritrovarsi e a ricomporsi. 
>La solidarietà di altre comunità e l’appoggio dei familiari aiutarono le 
persone colpite ad affrontare meglio la situazione. Tuttavia decine di migliaia 
di persone furono obbligate a fuggire nelle montagne in condizioni estreme. In 
questa situazione l’unione e l’aiuto tra gli stessi desplazados servirono a 
sviluppare e a consolidare forme di sopravvivenza in questa disperata fuga 
collettiva.
>L’Esercito, più tardi, per recuperare il controllo sulla popolazione, 
decretò una serie di amnistie, a cui aderirono molti desplazados per i quali 
era divenuto insostenibile vivere in montagna, costruendo strutture sociali 
ferramente militarizzate e sotto uno strettissimo e assoluto controllo 
militare.
>Il Tribunale Permanente dei Popoli, riunitosi a Madrid nel 1983, scrisse: “L’
Esercito concentrò parte della popolazione indigena in villaggi strategici, 
imponendole “vestiti occidentali”, privandola così dei suoi ultimi legami. Per 
la donna indigena privarsi del suo costume significa tradire i propri antenati. 
Vengono loro tagliati persino i capelli, che è un altro sacrilegio per la 
cultura indigena. Infine si assicura loro un cibo, ma gli si vieta di uscire 
dai villaggi strategici, sia per piantare il mais, che per celebrare i riti 
sacri nei luoghi e nelle date consacrate da secoli. Si tenta così di 
distruggere sistematicamente e consapevolmente i valori sacri della popolazione 
indigena per sovvertirne l’identità e, annientando la loro conoscenza, 
distruggere ogni capacità di difendere la loro identità etnica”.[7] 
>I gruppi che rifiutarono l’amnistia dettero vita a strategie di 
sopravvivenza e si organizzarono in nuove strutture, come le CPR,[8] per 
affrontare le ardue condizioni di vita in un ambiente ostile, dove era 
difficilissimo trovare una via d’uscita alle necessità basilari di 
sopravvivenza (Fredi ci raccontava che il semplice gesto di accendere il fuoco 
per cucinare nella foresta rappresentava spesso un problema: il fumo avrebbe 
rivelato all’Esercito il luogo in cui si erano rifugiati e da lì avrebbero 
dovuto riprendere la marcia per evitare di essere massacrati).[9] Per l’
Esercito queste organizzazioni furono la prova dei rapporti dei desplazados con 
la guerriglia, cercando così di giustificare la persecuzione e la pressione 
costante, senza tenere in considerazione la loro condizione di popolazione 
civile indifesa e non belligerante.[10]
>
>
>
>
>[1]              Domanda rivolta sulla piana di Gerico da un capo beduino 
nel 1987 all’antropologa Michela Zucca. Cfr.  Zucca  M., Donne delinquenti, 
Collana di storia e di antropologia, Esselibri, Napoli, 2004 (pg. 36).
>
>[2]              Vedi Cap. 1.11.
>
>[3]                Sepulveda L., Il vecchio che leggeva romanzi d’amore, 
Guanda, Parma, 1993.
>
>[4]              Per capire la vastità del fenomeno del desplaziamento, 
basti segnalare che nel 1993 più di un terzo della popolazione non potè votare: 
non risultava registrata, era senza nome. Cfr. Tompkins P. e Forenza M. L., La 
CIA in Guatemala. Orrori di un genocidio.,  Odradek, Roma, 2000, pg 42.
>
>[5]              Il più grande genocidio di indios dei tempi moderni ha 
avuto luogo tra l’indifferenza quasi generale della comunità politica 
internazionale. Su Rai Tre in tarda serata qualche mese fa trasmisero un 
documentario su questo genocidio dal titolo Guatemala. Il genocidio 
dimenticato.  Espressione più che appropriata. Pizzetti S., Guatemala. Il 
genocidio dimenticato, film-documentario, Agenda del mondo, Rai Tre, 2/2/2007, 
ore 24.40.
>
>[6]              Erano i metodi già sperimentati nelle campagne di 
controinsurrezione applicate in America Centrale. Venivano anche definiti 
“Togliere l’acqua al pesce”. 
>
>[7]                Cfr. La CIA in Guatemala. Orrori di un genocidio, Op. Cit 
pg. 29.
>
>[8]                Comunidades de Poblacion en Resistencia.
>
>[9]              “Ore, giorni passati a giocare a nascondino. Se ti beccano 
sei morto, morto, morto. Se pol mia racontar ‘ste cose. Anche al cinema vien 
male. Tutto sembra finto. Prova invece a racontar la neve:  non è più bianca” 
dalla voce di Marco Paolini nello spettacolo Il sergente. L’autore narra del 
dramma dei soldati italiani nel loro “ripiegamento” dal fronte russo sul Don: 
5.400 km di steppa, con - 40°, in balia di bufere di neve e di missili katiusha 
per lo più percorsi a piedi semiscalzi e malvestiti in lunghe colonne umane nel 
tentativo disperato di tornare a casa… In Guatemala furono i civili, non i 
soldati, a provare lo stesso forte desiderio: tornare alle proprie case. 
Paolini M., Il sergente, spettacolo teatrale, LA 7, 30/10/2007, ore 21.00, 
tratto dal testo Rigoni Stern M., Il sergente nella neve, Einaudi, Torino, 2001 
(ed. orig. 1953).
>
>[10]             Fondazione Piccini, I Desplazados, Pubblicazione edita 
dalla Fondazione stessa, Calvagese della Riviera (BS), 2006.
> 
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