[Bsf] gli operai inglesi parlano a tutti gli operai d'Europa (di Osvaldo Squassina)
beppe almansi
beppe.almansi a libero.it
Mer 4 Feb 2009 10:02:46 CET
Mai come oggi c’è bisogno di capire perchè la crisi accentua la guerra fra i poveri: operai contro operai, immigrati contro residenti. C’è bisogno di una nuova idea di Europa e di mondo.
di Osvaldo Squassina (*)
Quanto sta avvenendo in Inghilterra, dove i lavoratori inglesi stanno conducendo una lotta per impedire anche fisicamente ai lavoratori italiani di lavorare all’interno di una fabbrica petrolifera ribadendo il principio, scritto anche sui loro cartelli di protesta, secondo cui “il lavoro inglese deve essere per i lavoratori inglesi”, induce a una riflessione.
Questa situazione, infatti, parla all’Europa ma soprattutto a noi italiani, in particolar modo a chi come noi abita in Lombardia, la regione più industrializzata del Paese, investita prepotentemente dalla crisi economica internazionale che determina un aumento esponenziale della cassa integrazione (a dicembre erano oltre 100 mila i lavoratori interessati, destinati a salire di mese in mese).
Qualcuno risponde partendo dal presupposto che ogni Paese dovrebbe assicurare il lavoro esclusivamente ai propri connazionali. Un esempio in questo senso ci viene dalla Lega che senza giri di parole afferma e vuole praticare questa logica. Una logica che ridotta all’essenzialità significa che di fronte alla mancanza di lavoro i primi ad essere licenziati devono essere i lavoratori stranieri, a Brescia come in Lombardia, come in Italia. Una logica che, pur nella sua estrema pericolosità sociale, politica e addirittura culturale, sta diventando senso comune che attraversa gli strati sociali. La lotta degli operai inglesi, che pure agisce in un territorio dove non esiste il cosiddetto fenomeno leghista, ci dice proprio che tale logica fa breccia anche in Europa.
Il problema è complesso, ben più di quanto sembri e richiede analisi approfondite, non risposte di pancia, semplicistiche e scontate oltre che inaccettabili.
Le imprese hanno sempre cercato di usare manodopera al minor costo possibile per aumentare i propri profitti e per mantenere un equilibrio di potere nella società e un controllo diretto sulle condizioni materiali dei lavoratori stessi. Hanno messo l’uno contro l’altro lavoratori di Paesi diversi (pensiamo alle vicende della Svizzera, del Belgio, degli Usa, della Germania…) e anche lavoratori del medesimo Paese (come non ricordare a questo proposito le immigrazioni interne dal Sud dell’Italia verso Torino, Milano, Genova, Brescia,…)
Anche nel recente passato tali fenomeni hanno avuto risposte legate alla paura del diverso e hanno dato origine a comportamenti dichiaratamente razzisti (chi non ricorda i cartelli “Non si affitta ai terroni”, oppure le vessazioni subite dai nostri connazionali in Belgio, in Svizzera o in Germania?), ma l’opinione pubblica, la società e la politica nel suo insieme avevano finora sempre stigmatizzato atti di questo genere, facendo da argine e impedendo che divenissero senso comune o addirittura programma politico. In poche parole alle nefandezze autoritarie e fasciste si contrapponeva un’idea migliore di società che si reggeva su un nuovo pensiero politico che attraversava l’Europa e coinvolgeva il movimento operaio e socialista.
Oggi, al contrario, dentro la globalizzazione liberista che ha favorito la circolazione delle merci e del denaro, ma non dei diritti, e che ha frantumano appartenenze e identità, decostruito principi e valori, annientato il senso di comunità e un’idea condivisa di mondo, trovano terreno fertile paura, insicurezza, mancanza di punti di riferimento solidi. E se questi, pur legittimi, sentimenti sono stati usati strumentalmente per difendere un territorio, un luogo, un Paese, un’identità, ora con la crisi economica, essi entrano nelle fabbriche, negli uffici e nel mondo del lavoro. Perché di fronte alla crisi si è soli. Sono soli gli operai in cassa integrazione, sono soli i dipendenti di un’azienda che delocalizza, sono soli gli operai delle piccole aziende che lavorano per conto terzi o nel mondo degli appalti, sono soli gli immigrati che, perso il lavoro, perdono anche il permesso di soggiorno. Quanto è avvenuto in Inghilterra può avvenire a Brescia, a Torino, a Milano perché se manca una lettura sulle ragioni della crisi del sistema capitalistico e di una riorganizzazione del sistema economico e del mondo delle grandi imprese internazionali che scaricano sulle spalle dei lavoratori il prezzo della crisi, ciascuno cerca di difendere come può se stesso. Siamo all’attuazione pratica di quel concetto barbaro: “morte tua, vita mia”!
Insomma, si sta giocando con il fuoco. Se dovesse prevalere questa logica in ogni Paese, nel senso comune e anche nella politica, rischiamo davvero la catastrofe dell’Europa. Immaginiamo solo per un attimo che i lavoratori della Germania, non solo difendano il proprio posto di lavoro ma addirittura i propri prodotti e le proprie aziende e quindi decidano di bloccare le importazioni da Brescia, Torino, Milano... Sarebbe il caos!
La Cgil e le sue categorie sta conducendo una importante e straordinaria lotta a difesa dei diritti dei lavoratori e dei ceti sociali più poveri, lo sciopero del 13 febbraio prossimo dei meccanici e dei pubblici dipendenti ne è un’ulteriore testimonianza, così come ne è un’ulteriore prova la lotta della Camera del Lavoro contro il bonus bebè varato illegittimamente, per i soli bresciani, dalla giunta leghista e di centro destra di Brescia. Però dobbiamo avere la consapevolezza che lo straordinario impegno della CGIL e di alle poche realtà sindacali di base, non basta e non è sufficiente a cambiare la grave situazione che abbiamo di fronte.
E’ responsabilità della politica costruire un nuovo pensiero che si fondi su un’idea di Europa nella quale si riaffermino i diritti universali in grado di garantire a tutte e a tutti pari dignità, pari diritti, pari garanzie. E contemporaneamente si ridia valore al principio di solidarietà sociale attraverso un’idea positiva di convivenza e accoglienza.
Mai come oggi c’è bisogno che la migliore intellettualità sia messa a disposizione di una nuova idea di Europa e di mondo.
Brescia 4 febbraio 2008
(*) movimento politico per la sinistra di Brescia
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