[Bsf] Bersaglio Onu di Enrico Campofreda, 15 gennaio 2009, 16:41 APRILEONLINE.INFO
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Ven 16 Gen 2009 08:30:24 CET
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Bersaglio Onu
Enrico Campofreda, 15 gennaio 2009, 16:41
Il tempo stringe per Israele, che vuole raggiungere il maggior numero di obiettivi militari per colpire Hamas prima di concordare un cessate il fuoco. Ancora una volta, però, la giornata odierna ha visto nel mirino le strutture civili: il quartier generale dell'Unrwa a Gaza, un ospedale della Mezzaluna Rossa e la Torre di Ash Shuruq, un edificio che ospita i media. Negli attacchi, che non hanno risparmiato l'uso del fosforo bianco, è morto il ministro dell'Interno Siad Siam
Entrano a Gaza city i soldati di Tsahal. Entrano di notte, continuano a uccidere e a devastare colpendo ancora una volta un edificio dell'Unrwa, la torre Al-Shurung sede di numerose emittenti televisive e un ospedale della Mezzaluna rossa. I civili fuggono in pigiama o come si trovano, i militanti di Hamas combattono nella zona di Tal Al-Hawa, mentre sotto la pioggia degli F16 muore il ministro dell'Interno dell'esecutivo delle milizie verdi, Siad Siam. Con lui anche alcuni familiari. Il movimento integralista, con una nota stampa a nome delle brigate Ezzedine al-Qassam, il braccio armato di Hamas, ha minacciato vendetta: "Il suo sangue non sarà versato invano - si legge nel comunicato -. Non risponderemo con le parole ma con atti concreti".
Il segretario Onu Ban Ki Moon, in missione ufficiale a Gerusalemme, protesta mentre il ministro degli Esteri Livni sorride con un imbarazzo solo di circostanza e il collega alla Difesa Barak definisce "un grave errore" le nuove bombe alla struttura delle Nazioni Unite. La coppia sembra quasi voler far intendere di non essere responsabile dell'ulteriore colpo di coda guerrafondaio: è Olmert che spinge per qualche manciata di morti in più, loro ormai guardano al negoziato.
Le trattative lanciate dal presidente egiziano Mubarak dovrebbero uscire dallo stallo perché la Casa Bianca avvia il suo nuovo corso. Israele prima di sedersi a qualsiasi tavolo chiede la sospensione del lancio di razzi sulle città del Negev e lo stretto controllo d'una multiforza militare della "frontiera dei tunnel"; mentre Hamas, che insiste sull'immediato ritiro delle truppe di Tsahal, sarà costretta ad accettare ancora una presenza di Abu Mazen insieme alle forze internazionali che cercheranno d'impedire l'ingresso di armi dalla parte del confine egiziano.
La crisi israelo-palestinese non è più annosa questione a sé stante d'un angolo di mondo, si lega a un quadro d'instabilità di un Medioriente amplissimo che va dal mar Arabico al cuore del Mediterraneo e si trascina dietro Afghanistan, Iraq, Iran. Assieme all'assetto economico interno costituisce uno dei nodi che Obama deve subito provare a sciogliere. Gli assetti d'un futuro regionale tutto da scrivere sono stati marchiati a sangue dalle tre settimane di bombe convenzionali e non che hanno internazionalizzato il conflitto più che in passato e tracciano nuovi scenari proprio fra le file dei martoriati palestinesi. Nelle parole d'un abitante (ancora vivo) di Knouza che dice: "Mio fratello era qui nel 1948 e nel 1967 e non ha mai visto una situazione così grave" si comprende a pieno lo stato d'animo del milione e mezzo di gazioti a cui la morte di millecinquanta figli, mariti, mogli, fratelli ha fugato ogni eventuale e possibile dubbio "Questa guerra non elimina Hamas, elimina la popolazione". Il concetto corre non solo nella breve distanza che separa la Striscia dalla Cisgiordania ma abbraccia il mondo arabo e quello islamico, vicini e lontani.
Le stragi di Gaza stanno avendo l'effetto di riunificare il popolo palestinese. Questioni di potere potrebbero vedere ancora contrapposti Fatah e Hamas ma ragioni di sopravvivenza politica dello stesso disegno identitario di popolo dell'Olp oggi pongono di fronte alle due fazioni l'unico nemico di sempre: lo Stato sionista. Questo spirito di popolo può far naufragare, anche al di là di maggioranze nelle future consultazioni elettorali, il progetto di due microstati cui finora la subordinazione di Abu Mazen aveva offerto sponda. Potrà pure proseguire lo stillicidio di omicidi mirati dello Shin Bet che negli anni ha tolto di scena leader di Hamas e Fatah ma la storia di due Intifade per un arco di oltre vent'anni dimostra come i capi politici e militari si ricreano, dimostra che questo popolo non dimentica e riesce a riproporre il suo desiderio di vita oltre la morte di Arafat, Yassin e qualsiasi padre. Guerre, stragi, ergastoli, infiltrazioni, spie e collaborazionisti non hanno azzerato la vocazione all'esistenza dei palestinesi e le mosse israeliane di quest'ultimo mese aprono spazi per tattiche già usate e fronti nuovi.
Le prime potrebbero riproporre i kamikaze suicidi, quanti ingegneri Ayyash (il creatore di micidiali ordigni di metà anni Novanta) quante Wafa Idriss (la prima attentatrice donna, appartenente alle Brigate di Al Aqsa dunque di Fatah, che si fece esplodere a Gerusalemme sette anni or sono) possono nascere dai profughi-orfani di Gaza? Naturalmente alla disponibilità individuale, incrementata da lutti e odio accumulati, deve unirsi una volontà politica collettiva organizzata, però teoria e prassi del massacro mostrate dai signori della Knesset non possono che avvicinare la gente di Gaza ad Hamas e rinsaldare l'organizzazione islamica al disegno jihadista. Probabilmente proprio questo cercava la strategia criminale del trio Olmert-Livni-Barak: avvicinare attraverso la guerra nuovi nemici come l'Iran, per avere ancora più vicina l'America alleato di sempre. L'equazione che appare scontata è comunque un gioco d'azzardo. Investire della questione palestinese il mondo islamico nelle funzioni più diverse, da quella iraniana attualmente infoiata dalle smanie nucleari di Ahmadinejad, alla guerrigliera di Bin Laden, riaffacciatosi con un messaggio lanciato sul web e giudicato originale, pone sicuramente la Casa Bianca nel ruolo di tutore dello status quo nella regione. Uno status quo che ha finora garantito quegli abusi a danno dei palestinesi che sono sotto gli occhi del mondo.
Gaza e i territori della Cisgiordania possono riproporre lo scontro jihadista altrove, non coi miliziani di Hamas ma coi combattenti islamici disposti a solidarizzare e "punire" un Occidente complice degli eccidi israeliani. L'orizzonte è fosco e la diplomazia è chiamata a uno sforzo straordinario. I primi passi ufficiosi hanno visto il Segretario di Stato lady Clinton pensare a possibili incontri con Teheran, nel giro di poche ore l'idea è stata accantonata. L'ipotesi non è comunque peregrina, Obama procederà con cautela in uno scenario che non ammette staticità e passatismi.
E' un elemento di riflessione anche per chi dopo il 10 febbraio sarà il nuovo premier d'Israele il cui "Piombo fuso" ha eliminato mille e più palestinesi senza sotterrare né Hamas e Fatah né quegli uomini, donne e bambini che si vorrebbe sradicare dalle loro terre.
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