[Bsf] I: [AntifabassaBs] domenica 9 marzo

Cristian Bodei cristianbodei a yahoo.it
Lun 2 Mar 2009 21:32:34 CET





----- Messaggio inoltrato -----
Oggetto: [AntifabassaBs] domenica 9 marzo

Domenica 9 marzo, durante la mattinata, si svolgerà la commemorazione
dell'eccidio di Provaglio Val Sabbia, organizzata dal Comune e
dall'Anpi. I compagni del Coordinamento del Garda invitano alla
partecipazione tutta la rete antifascista, in modo - se fosse
possibile - unitario e organizzato.
In quest'occasione sarebbe possibile volantinare il c.s. relativo alla
nascita della rete e portare contenuti meno retorici rispetto a quelli
delle commemorazioni ufficiali, ancora tutti da decidere.
C'è poco tempo per decidere e organizzarsi, quindi urge una risposta.
ciao
silvia
PS: fiore e francesca della franciacorta, potete inoltrare voi ai
vostri comitati e tavoli? grazie

I FATTI DI PROVAGLIO VAL SABBIA
Santo Persavalli, gavardese classe 1926, ricorda in queste pagine
l’ultimo anno di guerra, che lo vide protagonista di numerosi fatti
legati alla lotta partigiana, culminati, il 5 marzo 1945, con
l’eccidio di Provaglio Val Sabbia, dove 10 partigiani della 7ª Brigata
Matteotti vennero fucilati dalle Brigate Nere, dopo essere stati
catturati in seguito ad uno scontro a fuoco sul Monte Besume. “Avevo
solo 18 anni, ma il 16 giugno del 1944 fui chiamato per andare sotto
le armi in Germania, per addestramento, così almeno si diceva allora.
Con l’amico Capponi (che verrà poi ucciso a Provaglio) decidemmo di
non presentarci e preferimmo nasconderci sul colle di San Martino,
presso Rampeniga di Muscoline. La passammo liscia fino agli ultimi
giorni di settembre, quando una mattina la polizia fascista ci trovò
nascosti in un ricovero di fortuna scavato sotto un argine e ci
arrestò. Portati in caserma a Gavardo, fummo interrogati e
fortunatamente liberati il giorno successivo. Tornammo a nasconderci e
non accadde più nulla di importante fino ai primi di dicembre del 44
quando, saputo che Rino Facchetti (altro partigiano gavardese) era sul
Monte Tesio, agli ordini del comandante Stefano Allocchio, decisi di
raggiungerlo, ma questa iniziale permanenza in Tesio durò poco, poiché
verso la metà del mese  Stefano venne arrestato dai fascisti e
tradotto in carcere a Brescia.

Il Tesio era diventato un luogo pericoloso, per cui bisognava
spostarsi nuovamente e quando venimmo informati che a Prandaglio,
presso la Madonna della Neve, si trovavano i partigiani della 7ª
Brigata Matteotti decidemmo, Rino ed io, di raggiungerli per
arruolarci, cosa che in effetti facemmo rapidamente.

L’inverno di quell’anno fu lungo e molto freddo, con abbondanti
nevicate che ci indussero a scendere a Prandaglio, dove restammo
nascosti fino al 5 o al 6 di febbraio del 45, quando un avviso delle
staffette partigiane ci informò di un imminente rastrellamento. Tutta
la brigata (17 o 18 persone) si trasferì nuovamente sul Tesio, dopo
aver nascosto le armi di cui disponevamo nel cimitero di Prandaglio.
Venne il rastrellamento, i militi fascisti trovarono le armi ed
arrestarono il Parroco del paese ed un partigiano chiamato Ridolini.
Noi intanto eravamo di nuovo sul Tesio, dove restammo un paio di
settimane nella cascina del Comune di Gavardo. Ogni rifugio non era
mai sicuro per molto tempo e dunque occorreva trasferirsi
continuamente, come in effetti avvenne anche in quella occasione
perché un’altra informazione delle staffette ci informò dell’ennesimo
rastrellamento.

In quel periodo, era circa la metà di febbraio, il nostro comandante
Giorgio formò una squadra di uomini composta, oltre che da lui stesso,
da Rino Facchetti , da un Ufficiale belga, un partigiano di Maderno e
dal sottoscritto. Avevamo un compito pericoloso, si trattava di
disarmare quattro poliziotti a Doneghe di Gavardo, per rifornire di
armi la brigata. La cosa non andò come previsto e anzi si trasformò in
una pericolosa tragedia; accadde infatti che mentre uscivamo dalla
casa della sorella di Rino per recarci a compiere la nostra missione
ci imbattemmo in due poliziotti. Prontamente Rino intimò loro la resa,
seguito dal comandante Giorgio che impugnava una pistola dalla quale,
involontariamente, partì un colpo che uccise il brigadiere. Fuggimmo
verso le Coste di Sant’Eusebio, e naturalmente l’operazione andò a
monte. Dopo due giorni ci raggiunse Vacinaletti, una staffetta di
Vallio Terme, che ci guidò sul monte Ere da dove, il 27 febbraio,
partimmo per Provaglio Val Sabbia. Era infatti giunto l’ordine di
aggregarci al gruppo di Provaglio, e per questo venne a prenderci una
guida di Sabbio Chiese, che ci accompagnò per poi rimanere con noi.

Arrivammo sul Monte Besume il 28 febbraio del 45, ma già il 3 marzo
Poli, una staffetta delle Fiamme Verdi, ci informò di un nuovo
imminente rastrellamento. Il comandante della brigata Baronchelli ed
il vice capo Signori chiamarono la guida di Sabbio ed un altro di
Prandaglio per mandarli in esplorazione a verificare se vi fosse la
possibilità di tornare in Selvapiana, sul monte Magno. Il mattino
successivo alle 5, era il 4 marzo, una delle due sentinelle di guardia
scese ad Arveaco la frazione di Provaglio Val Sabbia posta più in
alto, ai piedi del monte Besume, per cercare un po’ di latte, ma si
imbatté nelle Brigate Nere che salivano per il monte, evidentemente
bene informate della nostra presenza in quanto avevano preso la
direzione precisa per raggiungerci e circondarci. La sentinella tentò
di nascondersi in una siepe, ma fu scoperta ed un milite delle Brigate
Nere sparò e la ferì alle gambe.

La raffica di mitra fu udita dalla seconda sentinella che si precipitò
nella stalla dove dormivamo a svegliarci. Prontamente il capo mi
ordinò di uscire e verificare se eravamo circondati o se vi erano vie
di fuga; quando più tardi gli comunicai che verso Treviso Bresciano la
via sembrava libera, ordinò a me, a mio fratello Isacco, a Rino e ad
Amolini di costeggiare il monte e portarci sulla cima del Besume (dove
ora c’è la chiesa), per osservare meglio e per aprire un’eventuale via
di fuga. Gli altri non riuscirono ad allontanarsi dal fienile perché
scoppiò una furiosa battaglia, nella quale il vice capo venne ferito.
Dopo 3 ore e 40 minuti di battaglia restammo tutti senza munizioni,
del resto disponevamo solo di armamento personale, pistola e mitra.
Siccome anche i fascisti non sparavano più provammo a sporgerci dai
nostri nascondigli e scoprimmo così che i nostri compagni, non potendo
né lottare né fuggire, si stavano arrendendo. Dovevamo anche noi
prendere una decisione: Amolini era dell’idea di arrenderci tutti per
rimanere uniti, anche a costo di finire in Germania o in prigione nel
Castello a Brescia, ma io ero sicuro, dopo i fatti accaduti a Doneghe,
che sarei stato impiccato a Gavardo insieme a Rino, dato che sulla
nostra testa c’era una taglia di 150.000 lire, che a quell’epoca erano
certamente una grossa somma. Convinti anche gli altri a fuggire,
partimmo per il monte Spino, dove sapevamo essere alloggiato un
distaccamento delle Brigate Matteotti e dove fra l’altro conoscevo
personalmente il partigiano Damioli Lorando.

Fu un viaggio tremendo, da Provaglio allo Spino, passando per la
Degagna, sempre di corsa e con la paura di essere seguiti, con un
triste presagio nel cuore per la sorte dei nostri compagni. Finalmente
arrivati chiedemmo ad un uomo fuori da un fienile se sapeva della
presenza in zona di partigiani, ma questi ci disse non sapere niente.
Il caso volle che proprio il Damioli che io cercavo fosse in quel
fienile e dunque, udita la mia voce, uscisse ad accoglierci.
Raccontammo il fatto di Provaglio, che impressionò  tutti i presenti
e li  convinse  di  essere anche loro in pericolo perché avremmo
potuto essere stati seguiti, per cui bisognava, per l’ennesima volta
trasferirci in un luogo più sicuro.

Il 5 marzo ci recammo a Soprazzocco, dove a San Giacomo ci ospitò mia
sorella, dalla quale restammo per un paio di giorni, e dove
apprendemmo che i nostri compagni erano stati tutti fucilati, ad
eccezione del vice comandante che, essendo ferito in battaglia, era
stato ucciso sul posto. Quel che successe ai nostri  compagni è ormai
risaputo, dopo essersi arresi furono portati a Vestone, poi a Casto
dove c’era un comando delle Brigate Nere, e fu lì che si decise di non
portarli in prigione. Infatti l’ufficiale che li aveva catturati volle
riportarli sul campo di battaglia per fucilarli, ma al loro rifiuto di
proseguire a piedi per la montagna, qualcuno era anche stato
torturato, decise di fucilarli a Cesane di Provaglio Val Sabbia, dove
oggi c’è il monumento che ricorda il loro sacrificio.

Potemmo rientrare in Gavardo solo il 26 Aprile.”

Link utili:
segreteria ANPI Provaglio Valsabbia
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Coordinamentoantifabassabs mailing list
Coordinamentoantifabassabs a gnumerica.org
https://lists.circolab.net/mailman/listinfo/coordinamentoantifabassabs


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