<p class="MsoNormal" style="MARGIN: 0cm 0cm 0pt"><font size="3"><font face="Times New Roman">Un commissario politico a Liberazione?<span style="COLOR: black"></span></font></font></p>
<p class="MsoNormal" style="MARGIN: 0cm 0cm 0pt"><span style="COLOR: black"><font face="Times New Roman" size="3">Piero Sansonetti <span style="mso-spacerun: yes"> </span>24/12/2008</font></span></p>
<p class="MsoNormal" style="MARGIN: 0cm 0cm 0pt"><span style="COLOR: black"><br><font size="3"><font face="Times New Roman">Cari amici e compagni lettori, siamo nei guai. Liberazione è a rischio, è a rischio la sua autonomia, la sua libertà, cioè gli elementi essenziali che garantiscono che un giornale sia un giornale.<br>
Vi riassumo gli avvenimenti delle ultime 24 ore (che hanno provocato lo sciopero dei giornalisti di Liberazione, e oggi hanno prodotto una nota ufficiale, molto molto severa, del sindacato). E' successo questo: lunedì pomeriggio si è riunita la Direzione del Prc e ha bocciato (a stretta maggioranza) il piano di ristrutturazione e di rilancio del giornale, che era stato varato dal consiglio di amministrazione (e alla cui stesura avevo partecipato). Non è stata presentata nessuna motivazione ragionevole per questa decisione. Bocciato e basta. Il piano, che prevedeva l'annullamento del deficit e dunque un bilancio in pareggio, era stato accolto come base di trattativa dal sindacato dei giornalisti e dal comitato di redazione. Oggi la trattativa si sarebbe dovuta aprire. Ma è saltata. La bocciatura da parte del partito - di per sé - non ha peso giuridico, ma è un siluro politico formidabile, che mette a rischio la sopravvivenza del giornale. Alla bocciatura del piano, la direzione del Prc (sempre a stretta maggioranza) ha fatto seguire altre due decisioni. La prima - gravissima - è quella di chiedere la revoca del consiglio di amministrazione del giornale, con un vero e proprio colpo di mano, forse inedito nella storia dell'editoria italiana del dopoguerra. La seconda è quella di annunciare la probabile vendita del giornale ad un editore privato. Il nome dell'editore doveva restare segreto, ma noi lo abbiamo scoperto: si tratta di Luca Bonaccorsi, una persona che noi conosciamo bene e con il quale abbiamo anche rapporti di simpatia, ma che finora - lo sottolinea la nota dell'Fnsi - come editore non ha dato molte garanzie (e deve affrontare diverse cause di lavoro avviate dai suoi dipendenti o ex dipendenti). Tutto questo è successo lunedì sera. Ieri abbiamo saputo delle cose che hanno ancora accresciuto il nostro allarme, e anche - lo confessiamo - il nostro incredulo stupore. E cioè siamo venuti a sapere che esiste una proposta di accordo, messa nero su bianco dall'editore Bonaccorsi, che la presenta come il riassunto «delle intese intercorse fino ad oggi» con i rappresentanti della proprietà (e dunque del partito). <br>
In queste intese ci sono tre cose, tra le altre, che colpiscono e lasciano interdetti. La prima riguarda l'impegno a difendere «gli attuali livelli occupazionali», e cioè a «non licenziare». E' vero che questo impegno viene assunto solennemente, come effettivamente era stato assicurato lunedì durante la riunione della Direzione, ma con un piccolo codicillo che recita così: «compatibilmente con lo sviluppo della società editrice conseguente al suo rilancio». Che vuol dire? Che se per caso questo rilancio non ci sarà, come è un po' più che probabile, l'editore potrà ristrutturare l'azienda come meglio credere e mandare a casa chi pare a lui.</font></font></span></p>
<p class="MsoNormal" style="MARGIN: 0cm 0cm 0pt"><span style="COLOR: black"><font face="Times New Roman" size="3">La seconda cosa che colpisce riguarda l'autonomia generale del giornale, dichiarata apertamente un pericolo da abbattere. Dice testualmente l'accordo: «gli obiettivi dell'operazione: ...tutela del controllo della linea politica del giornale da parte della segreteria del partito». Ora, a me hanno detto che esageravo quando paragonavo certe idee sulla libertà dell'informazione alle idee brezneviane. Però dovete ammettere che questo concetto, secondo il quale la segreteria del partito è titolare della linea del giornale, in Occidente non era mai stato dichiarato. Altro che bollettino di partito!<br>
La terza cosa che lascia davvero interdetti è la proposta di doppia direzione. E' scritto testualmente nell'accordo che ci sarà un direttore responsabile che però non avrà voce sulla linea politica del giornale e addirittura non potrà decidere chi sono gli editorialisti e quali editoriali pubblicare. Ora voi capite che un direttore che non può decidere chi scrive l'editoriale, né può scriverlo lui, più che un direttore è un cretino. Questo mezzo direttore dovrà occuparsi solo della cronaca e della cultura, sempre che i temi culturali non investano scelte di linea politica. Tutto il resto spetterà ad una figura definita «direttore politico editoriale», designato dal partito e che avrà poteri assoluti. Un vero e proprio commissario politico. Tutto questo, naturalmente, in violazione del contratto nazionale di lavoro. Ma la violazione del contratto di lavoro non è neppure l'aspetto più grave: l'aspetto più grave è la violazione di qualunque idea di libera informazione e di qualunque rispetto per l'autonomia e per i diritti dei giornalisti. E' la concezione totalitaria, che sembra persino un po' una farsa, una esagerazione caricaturale di vecchie idee autoritarie degli anni 50.<br>
Diciamo che di positivo, in questo preaccordo, c'è solo una cosa: che è un "preliminare" d'accordo, una specie di compromesso di vendita, ma non è ancora definitivo. Ritengo abbastanza probabile che sia frutto di un equivoco o di qualche problema di "impreparazione" in chi ha trattato l'affare. Francamente sono convinto che Paolo Ferrero non possa far passare una cosa del genere, e per di più farlo furtivamente nei giorni delle vacanze natalizie, e oltretutto attraverso il «putsch» dell'esautoramento del consiglio di amministrazione.<br>
Noi siamo qui per sollecitare un ripensamento, e per ribadire che questa redazione è disponibile ad ogni trattativa per salvare il giornale. Diciamo la verità: non è rimasto più molto a sinistra, non ci sono grandi segnali di vita. Liberazione è uno dei pochi «organismi viventi». Che senso ha tentare di raderla al suolo? Qual è il motivo vero? Perché è un giornale contrario alle dittature? Perché non ama il muro di Berlino? Perché è troppo amica degli omosessuali e delle femministe? Perché fu troppo libera e critica col governo Prodi? Perché aspira a un nuovo soggetto unitario della sinistra? Perché non ama i riti e le burocrazie di partito? Perché troppe volte antepone il culto della libertà a tutto il resto? O addirittura perché è troppo radicale nelle sue battaglie a difesa degli immigrati, o a difesa dei lavoratori, dei loro diritti, delle lotte della classe operaia? <br>
Non è possibile dare una risposta positiva a nessuna di queste domande. A nessuna. Allora forse c'è ancora il tempo per ricominciare a dialogare. Per cercare una via di salvezza di questo patrimonio, che non appartiene a nessuno, che è di tutta la sinistra e che è una ricchezza, che non può essere dispersa, per il sistema dell'informazione. Cancelliamo quella proposta di accordo e ricominciamo daccapo.</font><br>
<br style="mso-special-character: line-break"><br style="mso-special-character: line-break"></span></p>