<!DOCTYPE HTML PUBLIC "-//W3C//DTD HTML 4.0 Transitional//EN">
<HTML><HEAD><TITLE></TITLE>
<META http-equiv=Content-Type content="text/html; charset=iso-8859-1">
<META content="MSHTML 6.00.6000.16788" name=GENERATOR>
<STYLE type=text/css>UNKNOWN {
        MARGIN: 2cm
}
P {
        MARGIN-BOTTOM: 0.21cm
}
TD P {
        MARGIN-BOTTOM: 0cm
}
</STYLE>
</HEAD>
<BODY bgColor=#ffffff>
<DIV><FONT face=Arial size=2>Ricevo ed inoltro...</FONT></DIV>
<DIV><FONT face=Arial size=2>Paco</FONT></DIV>
<DIV style="FONT: 10pt arial">----- Original Message -----
<DIV style="BACKGROUND: #e4e4e4; font-color: black"><B>From:</B> <A
title=carlo.carelli@gmail.com href="mailto:carlo.carelli@gmail.com">Carlo
Carelli</A> </DIV>
<DIV><B>To:</B> <A title=retenews@liste.rete28aprile.it
href="mailto:retenews@liste.rete28aprile.it">retenews</A> </DIV>
<DIV><B>Sent:</B> Saturday, January 10, 2009 1:45 PM</DIV>
<DIV><B>Subject:</B> [Rete28Aprile] I Gattopardi padroni della crisi di Giorgio
Cremaschi</DIV></DIV>
<DIV><BR></DIV>
<P>I Gattopardi<BR>padroni<BR>della crisi</P>
<P align=left>Giorgio Cremaschi</P>
<P align=left><BR>Nel "Gattopardo" il nipote garibaldino così si rivolge allo
zio, barone siciliano fedele ai Borboni, per convincerlo a schierarsi con i
piemontesi: "Perché non cambi nulla bisogna che cambi davvero tutto". A questo
fa pensare l'incontro di politici ed economisti europei, presenti tra gli altri
Merkel, Blair, Tremonti, Sarkozy, dal quale è emersa una critica radicale al
capitalismo finanziario e speculativo crollato nello scorso autunno. Cos'è il
tutto che deve cambiare? La follia speculativa e il ruolo predominante della
casta dei manager, il dominio della finanza sulla cosiddetta economia reale, del
sistema bancario su quello delle imprese industriali. Cos'è però che deve
restare? La sostanza della globalizzazione liberista, cioè la distruzione dello
stato sociale ove c'era, lo smantellamento dei diritti dei lavoratori, la
concorrenza salariale al ribasso, la precarietà e la flessibilità spinte
all'estremo. Non una parola finora, tra tante critiche e autocritiche dei
governanti, è stata rivolta alle condizioni del lavoro. La flessibilità è sempre
la via maestra dello sviluppo e il salario resta sempre il nemico del sistema:
guai a dire semplicemente "più salario". Anche quando si parla di una maggiore
giustizia sociale, al massimo si pensa a un po' di esenzioni fiscali, e qualche
elargizione per i disoccupati e i più poveri. La riduzione degli orari di
lavoro, per contenere i licenziamenti, deve avvenire riducendo i salari e
nessuno, ma proprio nessuno, pensa di mettere in discussione i contratti precari
in quanto tali. Il rappresentante italiano nella Banca Europea, Bini Smaghi
(successore di Padoa Schioppa, evidentemente il doppio cognome è indispensabile
per accedere a quegli incarichi), ha proposto di finanziare le indennità per i
disoccupati con l'aumento dell'età pensionabile. L'obiezione che sarebbe più
sensato far andare prima in pensione e assumere così più disoccupati, invece che
produrne ancora di più con l'allungamento del tempo di lavoro, è considerata
ideologica. E a proposito di pensioni, è ideologico dubitare che non sia più
vera la favola dei fondi. Quella secondo la quale ciò che manca nella pensione
pubblica, può essere sostituito dalla moltiplicazione dei pani e dei pesci che
avverrebbe con i fondi pensionistici privati. Ma se Borse e mercati crollano,
come faranno i fondi a mantenere le loro promesse? Non lo faranno, ed infatti ai
lavoratori della General Motors, in cambio dei possibili aiuti di stato, viene
chiesto di rinunciare a gran parte della pensione aziendale, per ridurre il
costo del lavoro. <BR>Qui sta il punto. Le critiche al capitalismo liberista si
fermano sulla soglia dei rapporti di lavoro, dei salari, delle condizioni e
della dignità concreta dei lavoratori. Ai quali anzi vengono richiesti nuovi
sacrifici, questa volta non in nome di promesse di guadagni magici, ma secondo
la più antica favola di Menenio Agrippa. E chi non ci sta, chi prova a collegare
la sua condizione di sfruttamento con il capitalismo in crisi, è un nemico da
stroncare ed allontanare e le lacrime di coccodrillo degli imprenditori coprono
una prepotente crescita dell'autoritarismo aziendale. Si licenziano i precari
dalla sera alla mattina. Si licenziano delegati, come alla Maserati, si
impongono continui peggioramenti delle condizioni di lavoro, si distribuiscono
provvedimenti disciplinari e minacce continue. Cresce in ogni luogo di lavoro la
paura, che galleggia ancor di più nel brodo della dilagante cassa integrazione,
che aggiunge dramma sociale al degrado. Le ragioni della dignità del lavoro sono
calpestate e coloro che le sollevano sono considerati e trattati come nemici
dell'azienda e dell'economia. Alla fine avremo un capitalismo più regolato nei
piani alti e ancor più feroce e ingiusto in quelli bassi. <BR>Qual è il ruolo
assegnato al sindacato in tutto questo? In Italia ne abbiamo avuto un primo
saggio nella vicenda Alitalia. Chi ha firmato, il sindacalismo confederale, non
ha contato nulla, è stato messo all'angolo in un ruolo ridicolo e impotente. Chi
non ha firmato è stato posto alla gogna riservata ai nemici della nazione. Del
resto le parole sono sempre chiare. Oggi al sindacato non si chiede più soltanto
collaborazione, ma complicità. Il maxiaccordo sul sistema contrattuale, rispetto
al quale destra e sinistra, Confindustria e grandi giornali, premono per
l'adesione della Cgil, dovrebbe sanzionare tutto questo. Si dovrebbe finalmente
abbandonare le rigidità del contratto nazionale e accettare flessibilità e
sfruttamento, azienda per azienda, territorio per territorio, nel nome della
comune lotta per la produttività. I lavoratori perderebbero definitivamente il
diritto a rivendicare aumenti salariali "a prescindere", come ha detto il
segretario della Cisl, e potrebbero solo sperare di guadagnare di più lavorando
di più. E il sindacato, complice di tutto questo, ne verrebbe premiato con
l'accesso a fondi, Enti, ruoli economici, ai quali il capitalismo riformato
promette di lasciare spazio. <BR>Se vogliamo che qualcosa cambi davvero nel
sistema economico e sociale, bisogna allora prima di tutto impedire, anzi
rovesciare, la soluzione gattopardesca. Bisogna ripartire dai salari, dalle
condizioni di lavoro, dagli orari, dalla salute e dai diritti. Bisogna costruire
un nuovo antagonismo sindacale e sociale che rifiuti le compatibilità che
servono a salvare la sostanza profonda del sistema che ci ha portato alla crisi.
Solo dalla rottura di questo disegno possono partire un'altra politica economica
e un diverso sviluppo fondato sulla giustizia e l'uguaglianza.<BR><BR>p.s.:
saluto affettuosamente Piero Sansonetti, con cui ho avuto grandi disaccordi ma
con cui ho potuto sempre discutere e scrivere liberamente. </P>
<P>
<HR>
<P></P>-- <BR> Newsletter di del sito Rete28aprile.it<BR> web:
http://www.rete28aprile.it<BR> Iscrizioni:
retenews-subscribe@liste.rete28aprile.it<BR> Cancella:
retenews-unsubscribe@liste.rete28aprile.it</BODY></HTML>